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Strumenti musicali
Museo degli strumenti musicali, Tadasuni
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Il più suggestivo e caratteristico strumento musicale è certamente rappresentato da is launèddas, la più antica testimonianza della polifonia, un tipico documento della vita arcaica sarda che, meglio di qualunque altro, è in grado di esprimere lo spirito della tradizione. Le sue origini, infatti, sono state collocate fra il VII e l’VIII secolo a.C., come conferma il ritrovamento di una statuina in bronzo risalente appunto al periodo nuragico, e conservata nel museo archeologico di Cagliari. Questo strumento, del cui nome si ignora l’esatto significato, si vuole abbia tratto ispirazione dal doppio clarinetto dei popoli egizi.
Le launèddas sono formate da tre canne (ma si ritiene che anticamente fossero di più). La più lunga è detta tumbu o bàsciu e si ottiene con tre pezzi di normali canne, incastrati l’uno nell’altro (in passato il pezzo era intero). La canna, prima di essere utilizzata, deve essere pulita all’esterno, svuotata all’interno e sottoposta a sei mesi di stagionatura all’ombra. Le altre due - che si chiamano mancòsa manna (la definizione trae origine dal fatto che viene sorretta e utilizzata con le dita della mano sinistra) e mancosèdda - sono di uno speciale tipo di canna, detta masku, tanto difficile da reperire che i costruttori dello strumento custodiscono gelosamente il segreto sulle zone in cui cresce. Il pregio di tale canna consiste nel fatto che ha le pareti sottili ma molto dure e da essa si traggono anche le linguelle rettangolari da inserire nel bocchino, dove si soffia per far scaturire languide note musicali. Le tre canne suonano insieme, ma solo la mancòsa manna ha quattro fori per le dita ed un altro per accordare l’insieme. Lo strumento consente di produrre più di due suoni contemporaneamente.
Non è facile l’uso de is launèddas. Occorre una lunga esercitazione ed una particolare abilità soprattutto per riuscire ad immettere con la bocca aria in continuazione, senza la minima pausa, facendo rifornimento dal naso. Queste difficoltà, se hanno sempre dato gran prestigio ai suonatori di launèddas, hanno anche contribuito a ridurne il numero. Fortunatamente da qualche anno si è manifestato un rinnovato interesse per l’apprendimento di quella che può esser considerata una vera e propria arte.

Altri strumenti sempre presenti nei balli tipici sono la fisarmonica (su sonètte), o organetto a bottoni, e la chitarra. La loro notorietà è tale da renderne superflua qualunque illustrazione. È sufficiente precisare che la chitarra già si usava in Sardegna nel XVI secolo per accompagnare i cantanti, anche se le prime notizie scritte risalgono al XVIII secolo e sono contenute in un registro del gremio dei falegnami di Oristano. La fisarmonica, invece, ha nell’isola poco più di un secolo di vita: né potrebbe essere diversamente, se si considera che è stata inventata nel 1829.

Meritano anche di essere ricordati su triàngulu e su pipiòlu. Il primo è un triangolo in acciaio temperato su cui si batte a tempo, producendo un suono squillante ed armonioso. Il secondo, simile allo zufolo dei pastori, è ottenuto con una canna affumicata sulla quale vengono praticati i fori per le dita. Se ne traggono eccezionali melodie.

Fra gli strumenti a fiato vi sono is trumbìttas e is benas. Le prime sono formate da un tubo di canna su cui, all’altezza del nodo, è tagliata un’ancia; le seconde da canne forate alle quali si applicano da una parte un bocchino (talvolta con un’ancia) e dall’altra zucche o corna di bue che amplificano il suono.

C’è poi su frùsiu, il rombo, uno strumento molto antico, costituito da un pezzo di legno rettangolare (nei primi tempi poteva essere anche sferico o triangolare) di circa dieci centimetri per quattro. Un foro praticato al centro permette il passaggio di uno spago lungo fra i trenta ed i quaranta centimetri. Per mezzo dello spago, il legno viene fatto ruotare con un movimento circolare che fa scaturire i suoni.

In alcune località, durante il carnevale, si usa ancora sa serràggia o violìnu antìgu. È composto da due pezzi: uno consiste in una canna lunga un metro e mezzo, ai cui lati è legata con due piroli una corda (ottenuta da un intestino di bue) che viene tesa da una vescica di maiale gonfia, e si raccorda ruotando i piroli; l’altro, indispensabile per trarre i suoni, è un piccolo arco di legno teso da una corda di crine di cavallo. La serràggia attualmente è utilizzata solo a Bosa per il carnevale ed a Sassari per la Cavalcata Sarda.

Uno strumento a percussione è su tumbarìnu. Si tratta di un tamburo rudimentale col ripiano in pelle di capra o di asino. In passato si usava anche la pelle di cane o gatto conciata con la cenere. Il tumbarìnu è utilizzato soprattutto in processioni o sfilate. Il che offre lo spunto per un cenno sugli strumenti che, in occasione della Settimana Santa, sostituiscono i rintocchi delle campane.

Questi strumenti, in legno od in canna, sono di origine spagnola e la loro denominazione è differente fra le varie località: matràccas, matraccònis, taulìttas, tàcculas, arrèulas, reo-reo, rainèddas, arranèddas, ecc.. La matràcca (nel Nuorese chiamata matràccula) è formata da una tavoletta incavata così da poter essere impugnata. Sulle facciate del legno sono due anelli rettangolari con la cerniera da un lato: agitando le tavole gli anelli sbattono sul legno. Più massiccio è su matraccòni, tanto che per farlo ruotare sono necessarie due persone. È composto da un paio di ingranaggi simili a quelli della matràcca, con due impugnature. C’è poi sa matràcca a roda o zirriòni: una tavoletta all’estremità della quale sono tre strisce di compensato dotate di un asse con manovella, una ruota dentata e due piroli laterali.

Le taulìttas e le tàcculas sono formate da tre tavolette rettangolari, due delle quali identiche ed una poco più grande col manico. Per mezzo di appositi fori, alla tavoletta più grande sono legate, ma lasciandole piuttosto larghe, le altre due, una per parte; agitandole, sbattono fra loro e producono un suono assai vicino a quello delle nacchere.

Il nome del reo-reo deriva dal rumore di una ruota dentata agganciata ad una canna e fatta girare in continuazione. Le arrèulas e le rainèddas o arranèddas o semplicemente ranas consistono in una canna con al centro due incisioni, sui cui lembi si incastra una ruota dentata. Appositi fori lasciano passare un manico che prende insieme la rotella e la canna. Facendole ruotare si ottiene una specie di gracidio.

Testo tratto dal volume  "Le tradizioni popolari della Sardegna" di G. Caredda, Editrice Archivio Fotografico Sardo



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