Soffermarsi sulle tradizioni agro-pastorali
della Sardegna potrebbe implicare una minuziosa analisi delle motivazioni e
delle vicende storiche che hanno caratterizzato il rapporto fra questi due
mondi, apparentemente vicini, ma in realtà molto spesso in contrasto fra loro.
Ciò comporterebbe, però, una lunga dissertazione che finirebbe per allontanare
dagli aspetti strettamente legati agli usi e costumi di questa società. Sarà
sufficiente ricordare che all’origine degli attriti vi sono le opposte esigenze
circa l’utilizzazione della terra: mentre il contadino ha sempre mirato alla sua
coltivazione (dall’aratura alla semina ed al raccolto), il pastore si è battuto
per lasciarla incolta e disporre così di pascoli per le greggi o le mandrie. Da
qui un antagonismo che non di rado ha degenerato in fatti di sangue,
raggiungendo l’apice quando, nel 1820, un editto di Vittorio Emanuele I, meglio
noto come Editto delle Chiudende, autorizzò i privati a recingere i terreni e
diventarne proprietari assoluti, impedendo nel contempo l’accesso alle greggi
che, in tal modo, venivano private di non pochi pascoli.
In realtà l’editto, se per un verso
danneggiava i pastori, per altro verso non favoriva certo quei contadini che
erano solo prestatori d’opera. Lo stesso documento, infatti, autorizzava i
Comuni a vendere o cedere gratuitamente i propri terreni, per cui a trarne
vantaggio, grazie anche a non pochi abusi, furono solo coloro che già erano
proprietari terrieri e, quindi, avevano i mezzi per acquistarne altri o le
aderenze necessarie per ottenerne gratis. Altri abusi si verificarono nel 1865 e
nel 1873 nell’applicazione di un altro decreto riguardante i beni ademprivili.
La distribuzione delle proprietà ecclesiastiche incamerate vide come maggiori
beneficiari i grossi proprietari; ai piccoli contadini ne andò solo una minima
parte e, per giunta, quella scarsamente fertile.
Sintetizzate così le vicende storiche, sembra
più interessante soffermarsi sulle differenti costumanze fra questi due
importanti settori della tradizionale economia isolana. Va rilevato,
innanzitutto, che il pastore è un lavoratore “nomade”, mentre il contadino è
“stanziale”: il primo deve vagare alla ricerca di buoni pascoli (la
transumanza); il secondo mette radici nella sua terra o, comunque, in quella che
coltiva, anche quando non ne è legittimo proprietario. Inoltre, la maggior
preoccupazione del pastore è sempre stata quella di proteggere il gregge che,
peraltro, gli forniva spontaneamente il latte e provvedeva autonomamente alla
proliferazione. Al contadino, invece, non era sufficiente impegnarsi
nell’aratura dei campi, nella semina, nella trebbiatura e nei tanti altri
adempimenti connessi: sulla sua vita è sempre stata sospesa la spada di Damocle
di qualche avversità, soprattutto quelle climatiche che possono manifestarsi in
tanti modi, in particolare con gli improvvisi temporali primaverili o poco prima
della vendemmia, quando non si tratta addirittura di inondazioni o siccità.
Per combattere queste avversità si ricorreva a
pratiche magiche e scongiuri di vario genere, accompagnati da rituali religiosi,
non ultimi quelli di accendere candele nella ricorrenza della Purificazione
della Vergine o ridare alle fiamme i legni residui del fuoco consacrato dal
sacerdote per la Pasqua. Talvolta, per combattere la siccità, ci si limitava a
gettare nel fiume un teschio umano.
Fra i tanti riti propiziatori della pioggia, è
interessante quello praticato ad
Oliena, dove il 1° agosto si predisponevano
piatti di nènniri (germogli di grano e legumi) che il giorno di
Ferragosto venivano abbelliti con nastri multicolori ed esposti alle finestre
nel momento in cui passava la processione con la statua della Vergine. Da altre
parti si portavano i piatti di nènniri in chiesa per disporli ai piedi
del simulacro della Madonna, nel cui intervento si confidava. In effetti, tutti
questi riti religiosi altro non erano che superstizioni, ed allo stesso modo
deve esser considerata la festa di Sant’Isidoro, eletto protettore degli
agricoltori.
Altre superstizioni (oltre quelle già citate
nell’apposito capitolo) erano variamente praticate da agricoltori e pastori: per
curare un gregge ammalato si seppelliva nei pressi dell’ovile il corpo di un
uomo assassinato; per curare le coliche di buoi e cavalli si poggiavano i piedi
di due gemelli sulla pancia dell’animale ammalato; per altri mali dei cavalli
gli si mettevano sul ventre, facendo segni di croce, i tronchi non inceneriti
dei falò accesi in onore di San Giovanni. La fiducia negli influssi lunari
condizionava, inoltre, buona parte delle attività degli agricoltori, dalla
tessitura alla macellazione del maiale ed ai diversi momenti del ciclo agrario.
Nei modi di vivere di pastori e contadini
c’era una differenza abissale anche per quanto riguarda l’alimentazione. Il
pastore disponeva di carne in una quantità che il contadino mai avrebbe potuto
eguagliare. Le possibilità di procurarsene andavano dalla disponibilità di
qualche capo “sfuggito” nel calcolo delle nascite all’appropriazione di bestiame
prelevato dal gregge altrui, nonostante le pene previste per l’abigeato. Poteva
addirittura accadere che la vittima di un furto di bestiame venisse invitata ad
un banchetto la cui pietanza era l’agnello o il porchetto di cui era stata
derubata. Ed era anche facile che il danneggiato ricambiasse l’invito offrendo
la stessa pietanza realizzata con qualche capo di bestiame prelevato dal gregge
di colui che ospitava.
La gastronomia del contadino, al contrario,
era quanto di più povero si possa immaginare. In linea di massima, consisteva in
pane e companatico (formaggio o ravanelli) da consumare in campagna durante una
breve interruzione del lavoro nella tarda mattinata. L’unico pasto caldo della
giornata era quello della sera, al rientro nella propria abitazione, e si
limitava ad una semplice minestra, per lo più di legumi. La carne era un lusso
riservato ai giorni festivi, quando la massaia tirava il collo ad un pennuto
ruspante, prelevato dal pollaio di casa.
Una differenza caratteriale è efficacemente
posta in risalto negli scritti dell’avvocato Carlo Brundo (1869): “Il
pastore, menando una vita nomade e disagiata, libero e solitario nelle più alte
vette dei monti, è insociale e triste. Privo di coltura, dominato da passioni
violente e non frenate, egli guarda con uggia gli abituri dell’agricoltore,
aborre dal lavoro. Arso dal sole estivo, assiderato dal gelo invernale, indurito
dalle privazioni, crederebbe di avvilirsi se vi si piegasse”. In realtà, non
è che il pastore vivesse in continuo ozio: per rendersene conto basta pensare
all’impegno quotidiano della mungitura, alla lavorazione del formaggio, alla
marchiatura ed alla ancor più faticosa tosatura annuale. Senza dubbio, però,
assai più pesante era il lavoro del contadino e, per giunta, ben più limitate
erano le risorse.
Non mancava, comunque, qualche punto di
contatto nelle consuetudini di pastori ed agricoltori: fra le tante, quella che
attribuiva grande utilità agli incendi. I pastori erano convinti che favorissero
il pascolo e gli agricoltori che preparassero il terreno alla semina e perfino
lo concimassero. Nessuno, però, si preoccupava di prendere le dovute cautele,
per cui il fuoco facilmente si propagava apportando danni spesso di grande
entità. A ben poco sono valse le tante leggi emanate per combattere gli incendi,
dimostrando così quanto le credenze siano dure a morire. Questa usanza,
tuttavia, aveva talvolta esclusivamente motivazioni di vendetta. Nulla a che
vedere, comunque, con le motivazioni dei piromani d’oggi, che danno fuoco a
vastissime estensioni senza preoccuparsi neanche delle vittime innocenti della
loro follia.
Fra le credenze comuni legate alla ricorrenza
di San Giovanni Battista, ve ne erano diverse riguardanti gli auspici
sull’andamento dell’annata. Nell’occasione i pastori radunavano il gregge su una
collina e, se le pecore stavano tranquille, se ne deduceva che le prospettive
erano favorevoli. Analogo responso davano i contadini al soffiare del maestrale
nella stessa ricorrenza. Molta importanza si attribuiva all’acqua il cui culto,
praticato la notte di San Giovanni, induceva ad aspergerla negli ovili e nelle
stalle allo scopo di scongiurare la peste degli animali; mentre, per far
scomparire le pulci del pollame, se ne cospargeva il pollaio con una quantità
pari a centouno volte quella che può essere contenuta in un palmo di mano.
Nessuno trascurava, inoltre, di scavare un fosso per deporvi una pietra piatta:
se l’indomani, nel rivoltarla, la si trovava bagnata, era certo che durante
l’annata le piogge sarebbero state abbondanti; diversamente si prospettava una
dura siccità. E c’era anche chi, per propiziare una buona annata agraria,
raggiungeva il pozzo più vicino per buttarvi un po’ di legumi e cereali (Oliena).
Non deve stupire l’accostamento di tali
pratiche superstiziose alla festa di San Giovanni Battista (24 giugno). Questa
ricorrenza e quelle del Natale e Capodanno rappresentavano, infatti, i momenti
più importanti del mondo agro-pastorale sardo: a fine anno, ed a semina
effettuata, si potevano formulare le prime previsioni sul raccolto, mentre a
fine giugno si tiravano le somme e si valutavano le prospettive per l’anno
successivo. Su questi elementi si basava la vita di tutta la comunità che,
tuttavia, non disdegnava trarre qualche anticipazione dai fuochi di Sant’Antonio
abate, il 16 gennaio: se si accendevano con rapidità era lecito sperare in una
buona annata agraria.
Sempre per auspicare un buon raccolto si
ricorreva ai ramoscelli d’ulivo benedetti la domenica delle Palme che, nella
stessa serata, venivano deposti nei campi seminati. Da altre parti si utilizzava
l’acqua benedetta dal sacerdote il sabato santo: se ne riempiva un pezzo di
canna che si piantava al centro del campo coltivato, nel convincimento che così
sarebbe aumentata la sua fertilità. Per sollecitare in tal senso l’intervento
divino, c’era anche chi, il giorno di Pasquetta, portava nei campi i piatti di
nènniri, con cui si era adornato il Sepolcro di Cristo nella Settimana
Santa, e li sistemava in mezzo al seminato.
Un’importante tradizione consisteva nel mutuo
soccorso, che i pastori definivano sa ponidùra. Quando il proprietario di
un gregge ne veniva derubato, ciascun pastore del paese offriva uno o più capi
in modo da ricostituire quello scomparso. Il tutto avveniva non per
sollecitazione dell’interessato ma su iniziativa dei suoi amici. Il nobile gesto
aveva due scopi: venire incontro a chi diversamente si sarebbe trovato in
miseria ed evitare, allo stesso tempo, una reazione di vendetta.
La partecipazione comunitaria non si limitava,
però, alla ricostituzione di un gregge, ma poteva manifestarsi quando qualcuno
in cattive condizioni economiche restava vittima di un furto, oppure si trovava
a dover affrontare un processo o grosse spese per curare una grave malattia. In
Gallura era d’uso la manialia (da maniàle, ossia manovale): i meno
agiati ricorrevano all’aiuto altrui per disboscare, dissodare il terreno,
seminare, ecc., e chiunque fosse disponibile dedicava a questi compiti di
manovalanza una giornata, in genere la domenica. A conclusione dell’opera, chi
aveva ricevuto l’aiuto dimostrava la gratitudine offrendo una cena.
In caso di furto di bestiame (ma anche d’altro
genere) è curiosa un’usanza di
Tertenia. Il derubato si procurava un libro detto
de is cumàndus (dei comandi), di cui ben pochi disponevano, e si recava
dal presunto ladro invitandolo, in presenza dei suoi familiari, a posare la mano
sul libro e dichiarare la sua innocenza o colpevolezza. Era difficile che
qualcuno si azzardasse a giurare il falso, poiché su di lui si sarebbero
abbattute grandi sventure.
Altri usi e costumi del mondo agro-pastorale
sono legati ai mesi ed alle particolari definizioni che ne venivano date in
Sardegna. Nel rimandarne la trattazione, sarà sufficiente in questa sede
anticipare che per i pastori ed i contadini l’anno iniziava in settembre, e cioè
quando i campi avevano dato i loro frutti e si era in procinto di affrontare i
lavori della successiva annata. In questo mese era consuetudine scambiarsi in
regalo un pane che, per la particolare lavorazione, raffigurava il carro
agricolo, l’aratro ed i buoi. Sempre in settembre si festeggiavano i santi verso
i quali si nutriva maggior venerazione e, in occasione di questi incontri, si
rinnovavano i contratti agrari (in particolare di mezzadria) e quelli
riguardanti i servi-pastori.
Sembra inoltre opportuno ricordare qualche
curiosità, incominciando dall’aratro che veniva usato nell’isola. Si trattava
del primo esemplare che si conosca ed era realizzato in un solo blocco di legno.
A trainarlo erano, in genere, due buoi accoppiati con un giogo di legno, che si
appoggiava alla nuca degli animali e si legava alle loro corna. Anche questa è
una caratteristica locale, adottata in quanto si dava maggior importanza alla
guida, mentre in altre località i buoi venivano aggiogati sul collo, perché si
puntava di più sulla forza trainante. Il cavallo, invece, è stato introdotto in
Sardegna più tardi e, fra l’altro, ha sempre goduto di gran rispetto ed
ammirazione, tanto che solo l’impossibilità di disporre di buoi poteva indurre
ad “umiliarlo” utilizzandolo nel lavoro dei campi.
Giusto per riconfermare quanto varia sia la
materia, merita un cenno un oggetto tanto utile quanto, a prima vista,
incomprensibile: un cilindro di sughero lungo una trentina di centimetri,
coperto alle estremità e con due fori sul fianco. È su fraschittèddu, un
termos di campagna di cui non si poteva fare a meno se, durante il lavoro, si
voleva placare l’arsura con una sorsata d’acqua fresca. Il sistema era
abbastanza semplice: dopo essere stato riempito, il termos veniva completamente
bagnato all’esterno e tenuto esposto per tutta la notte al chiarore della luna (su
lugòri); cosicché l’acqua si conservava a bassa temperatura per l’intera
giornata successiva.
Testo tratto dal volume "Le tradizioni popolari della Sardegna" di G.
Caredda, Editrice Archivio Fotografico Sardo