Cartagine e Roma si susseguirono nel volgere di due secoli, e le tracce del
passaggio della prima civiltà furono mascherate e nascoste dal passaggio della
seconda. La vocazione agraria della pianura fu dunque consolidata dai romani,
che conquistarono l’Isola nel 238 a.C. (Civiltà Romana repubblicana -
238-27 a.C., Civiltà Romana imperiale - 27 a.C - 456 d.C.), creando le
condizioni perché l'ampia e fertile distesa pianeggiante ospitasse una rilevante
popolazione attraverso il controllo delle acque e la costruzione di strade e
ponti. Grazie alle particolari condizioni pedoclimatiche si ottenero elevate
quantità di grano di ottima qualità da esportare nella Città Eterna. Nelle zone
fertili, dove si svilupparono latifondi privati e imperiali, sorsero numerosi
centri abitati con funzione commerciale e stazioni di sosta lungo la strada
Karalis‑Turris Libissonis (Cagliari -
Porto Torres), che si snodava lungo la costa
occidentale.
La Sardegna risultava in quel periodo divisa in due parti: da un lato, le
popolazioni delle coste occidentali e dell’area meridionale, ben colonizzate con
le zone limitrofe e influenzate dai cartaginesi; e dall'altra quella
centro-orientale delle montagne, con i nuragici che si opposero con forza ai
tentativi di intrusione. I punici avevano rinunciato alla conquista di questi
territori.
Ma i romani riuscirono, anche se solo dopo oltre cento anni di lotta, cioè verso
il 130 a.C., ad averne il sopravvento, nonostante le continue azioni di
guerriglia della mai doma gente barbaricina. Chiamarono la regione Barbariae; i sardi liberi avevano infatti lunghe barbe, e vennero definiti
sprezzantemente sardi pelliti, cioè vestiti di pelli, ma essi si opposero
sempre validamente all'invasore, anche se costretti a vivere isolati fra le
montagne.
Le tribù pastorali dell'interno attuarono anche una sorta di confederazione e
tentarono di coordinare una strenua resistenza. La guerra fu tenace e furono
numerose le spedizioni romane per dominare questa terra popolata di ribelli. La
lotta dei Barbaricini, peraltro impari, assunse le forme tipiche di quella che
oggi si chiamerebbe guerriglia: astuti colpi di mano verso le terre
vicine, in possesso dei conquistatori, improvvisi attacchi e inattese,
strategiche ritirate.
I villaggi, il più famoso è Tiscali, sorsero sempre più arroccati nelle aree
impervie e irraggiungibili, formando estremi baluardi di resistenza. I
superstiti delle battaglie si rifugiavano nelle inaccessibili grotte e fra i
boschi impenetrabili delle selvagge montagne, che solo loro conoscevano. In
Barbagia, ammisero i conquistatori, sopravvivevano circa 30
civitates
barbariae (città di barbari, uomini non sottomessi a Roma).
Ospitone fu il primo capo barbaricino ad essere convertito al cristianesimo;
questo avvenne solo nel VI secolo d.C. per la paziente opera del bizantino
Papa Gregorio Magno. Fu l'inizio della definitiva romanizzazione di
quelle popolazioni che, prive di conoscenze classiche e tradizioni scritte,
sarebbero diventate depositarie di una nuova cultura nella quale la romanità
penetrava nella nuragicità, e tutto sotto l’ala uniformatrice del più
fervente cristianesimo, che ancora oggi pervade la popolazione sarda e della
Barbagia in particolare.
Il crollo di Roma (V secolo d.C) fu seguito dalla penetrazione dei vandali,
che conquistarono la Sardegna tra il 456 e il 466 d.C.
Questi mutamenti coincidono dunque con l’inizio dell’Età Storica
(535-238 a.C.).
Nel V secolo d.C., tra il 456 e il 466, i vandali conquistarono la
Sardegna, che dal 533 passò sotto il dominio dell’Imperatore d’Oriente
Giustiniano.
Testo tratto dal volume "Guida Pratica della Sardegna" di S. Colomo, Editrice
Archivio Fotografico Sardo